Cento protesi in Libia,

tutte le sedi di Italia.

Chi è davvero Aliotta.

Nel 2012, un team di tecnici ortopedici siciliani partì per Bengasi con cento protesi per i mutilati di guerra. Oggi quella stessa azienda apre a Milano. La storia di chi non ha mai smesso di sapere perché fa questo lavoro.

Novembre 2012. Un aereo decolla dalla Sicilia con cinque tecnici ortopedici a bordo e cento protesi di arto inferiore in stiva. La destinazione è Bengasi, Libia. I pazienti che li aspettano sono giovani — alcuni giovanissimi — che hanno perso un arto per una mina antiuomo, per una bomba, per una guerra che non avevano scelto. Emanuele Aliotta, fondatore e allora ventiseienne, è tra loro.

Non è una storia che si racconta spesso nel settore ortopedico. Eppure è esattamente da qui — da quel momento, da quella scelta — che si capisce chi è Aliotta Centri Ortopedici. Non un’azienda che vende dispositivi. Un gruppo di persone che ha scelto, fin dall’inizio, di mettere la persona prima di qualsiasi altra considerazione.

Lubiana, Gela, e la domanda che cambia tutto

Le origini

Prima di aprire il primo centro, Emanuele Aliotta aveva fatto un percorso insolito per un tecnico ortopedico siciliano. Laurea con 110 e lode all’Università Cattolica di Roma, poi una borsa di studio al Centro di Ricerca di Lubiana, in Slovenia. È lì, nell’ex Jugoslavia ancora segnata dai conflitti degli anni Novanta, che incontra per la prima volta cosa significa essere un mutilato di guerra. Uomini, donne, bambini. Corpi che portano la storia dentro.

Tornato in Italia, si trova davanti a una scelta che in molti consideravano ovvia: restare al Nord, costruire una carriera nelle grandi città. Lui fa l’opposto. Torna a Gela. E nel 2009 apre il primo centro ortopedico.

“Ci sono aziende siciliane che hanno competenza e professionalità. Perché allora andare fino a Milano o in provincia di Bologna per una protesi? Avrei potuto anch’io creare la mia azienda nel Nord Italia, ma ho scelto la mia città.”

— Emanuele Aliotta · Quotidiano di Gela, novembre 2012

Non era romanticismo. Era una tesi precisa: il bisogno è al Sud, quindi l’eccellenza deve essere al Sud. Ogni euro investito in Sicilia è un segnale che si può, che si deve.

Il progetto Libia: quando l’ortopedia diventa atto civile

2012 — Bengasi

Tre anni dopo l’apertura, arriva la commissione che cambia la percezione di cosa può fare un’officina ortopedica. Per conto dell’Ambasciata Italiana a Tripoli e in collaborazione con la Cooperazione Italiana allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri, Aliotta Centri Ortopedici si aggiudica la fornitura e l’applicazione di cento protesi di arto inferiore con piedi in fibra di carbonio.

Il team parte per Bengasi. Lì viene allestita un’officina ortopedica temporanea. I pazienti — selezionati dal governo libico — vengono visitati uno per uno. Per ciascuno si prende il calco dell’arto, si costruisce la protesi su misura, si lavora per due settimane fino a montarla. Il rientro è previsto per il 27 novembre.

Progetto “100 Protesi per la Libia”

Riconosciuto dal Ministero della Salute Italiano, dall’Ambasciata Italiana a Tripoli e dalla Cooperazione Italiana allo Sviluppo. Cinque tecnici ortopedici, di cui due da Gela e due da Palagonia, hanno operato per due settimane a Bengasi applicando protesi di arto inferiore con piedi in fibra di carbonio a giovani amputati di guerra.

Tra i cento pazienti, il team ha identificato cinque giovani con le caratteristiche per partecipare alle Paralimpiadi del 2016 a Rio de Janeiro.

Quel progetto non era comunicazione. Era la conseguenza logica di come Aliotta aveva sempre inteso il suo lavoro: la cura ortopedica non finisce con la consegna del dispositivo. Finisce — se finisce — quando la persona ha recuperato la propria autonomia. Anche se quella persona si chiama Ahmed, ha vent’anni e vive a Bengasi.

Milano, maggio 2025: la stessa officina, una nuova città

La nuova officina ortopedica di Piazzale Cantore 2 è l’undicesima sede. Ma la logica con cui è nata è la stessa del primo giorno a Gela: andare dove c’è bisogno di qualcosa di diverso. Milano ha molti centri ortopedici. Ha meno centri in cui ogni dispositivo viene costruito attorno alla persona che lo indosserà — non attorno a un catalogo.

Tecnologia di precisione, stampa 3D, modellazione computerizzata: tutto questo è presente. Ma la tecnologia, in Aliotta, non è il punto di arrivo. È lo strumento con cui si ascolta meglio. La protesi più avanzata del mondo non vale nulla se non parte da una conversazione vera con il paziente.

“Investire al Sud ed esportare eccellenze nel mondo è sempre stato il mio punto di partenza. Sono convinto che il Sud sia ricco di intelligenze straordinarie, abituate alla sfida.”

— Emanuele Aliotta · Il Giorno, maggio 2026

La sede milanese è convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale e con INAIL. Non è un dettaglio burocratico: significa che l’eccellenza ortopedica deve essere accessibile. Non un privilegio. Un diritto.

Cosa non cambierà mai

Ci sono aziende che crescono e nel crescere dimenticano da dove vengono. Aliotta ha costruito undici sedi in sedici anni senza mai perdere il filo. Il motivo, probabilmente, è che quel filo non è un valore aziendale scritto su una presentazione: è una persona concreta. È il ragazzo di Bengasi che ha fatto i primi passi con la protesi appena montata. È il bambino di Gela che torna in ambulatorio ogni sei mesi perché è cresciuto. È chiunque entri in uno dei nostri centri cercando qualcuno che capisca davvero.

Quella responsabilità non diminuisce con l’apertura di nuove sedi. Cresce. E noi, con essa.

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